Io lo so che voi ve ne state lì, e fate finta di niente. Ma non vale. Non vale perché anche se voi fate finta di niente, nel mondo, in questo momento preciso, ci sono pure gli Himba. Ca come, no? Che solo voi ci dovete essere a ‘sto mondo? E, dice, e dove minchia sono questi Himba? Ca in Africa, in Namibia: anzi, nella Namibia più selvaggia. Fanno i nomadi –no come a voi, chiusi sfatti frustrati dentro scatole di cemento- e definiscono se stessi “accattoni”, che questo significa Himba, nella loro lingua. Intendiamoci, non è che mi venne una botta subbitanea di folcoquilicite acuta, è che lessi tutta sta cosa nella bacheca di amici, in un post scritto da qualcuno. Dove si dice che gli Himba, oltre a fare gli “accattoni”, fanno pure un’altra cosa, e questa poetica assai: da loro, dove le fimmine dettano la discendenza (detta in modo culturale impressionante vuole dire che sono una società matrilineare, dunque matriarcale), i bambini non nascono quando nascono, ma “dal giorno in cui il bambino è presente nello spirito della madre”. Cioè, vengo e mi spiego. Quando una fimmina Himba vuole avere un bambino, “si siede sotto un albero e si mette in ascolto fino a quando non sente la canzone del bambino che vuole nascere”. È praticamente lì, che nasce il bambino. Perché quel picciriddo è quella canzone, cioè, quella canzone è il suo marchio di fabbri..ehem, di anima. E che fa lei, dopo che l’ha sentita? Va dal masculu con cui vuole ficcare e ci canta la canzone, e dopo che hanno ficcato lei canta ancora la canzone che così dà forma reale al picciriddo, che nel frattempo in quel momento nel suo ventre comincia il suo cammino esistenziale (ah, quanto ci piacerebbe al papa, ‘sta storia). Ma non è che poi finisce qui. Quella canzone, poi, lei ce la canta pure alle ostetriche, e ai vicini, a tutti quelli del villaggio, e ogni volta che il bambino fa qualcosa di bello, quelli gliela cantano per onorarlo, e ogni volta che invece il bambino è un poco giù o perso, gli altri, per ricordargli chi è, ci cantano la canzone. Persino se sta male, o va fuori di testa, o fa qualcosa che non deve fare, se lo pigliano, se lo mettono in cerchio, e ci cantano la canzone. Pure mentre sta morendo ce la cantano. Cioè, ci siamo capiti?

E’ bella questa cosa, no? E’ poetica assai. A me m’ha ricordato gli aborigeni australiani, che c’hanno “le vie dei canti” –una cosa bellissima e complicata, ma complicata assai, ma di una belleeeezza, che se vi andate a comprare subito “le vie dei canti” di Bruce Chatwin, ci fate una bella fiùra culturale e ci guadagnate assai. E anche lì il bambino nasce non quando nasce ma…quando per la prima volta la mamma lo sente muoversi dentro di sé (che poi, a seconda di dove la mamma si trova in quel momento, lì c’è il canto di quel luogo; e non vi dico che cosa succede poi! Un sublime bordello). Ma insomma, è una cosa bella e spirituale assai pure questa cosa degli Himba, vero? Ti dà la misura di quanto gretta e rozza e misera e materiale sia la tua vita, o miserabile lettore che stai leggendo, che la passi tra supermercati e centri commerciali e blek fraidei e sconti e rate e “minchia che bello innuovo modello della meccedes!!!”. Scusa se te lo dico ma mi fai schifo! Vergognati! Cioè, questi sì che c’hanno il senso profondo della vita! E io, in effetti, ho visto, appunto, che questa cosa ci piaceva assai a tutti quelli che leggevano quel post. Al punto che tanti dicevano che pure loro avrebbero voluto conoscere “la loro canzone”, e potevi sentirli sospirare trasognati pure che su feisbuc la faccina che sospira trasognata non c’è.

Io però una domanda, a me, mi è sorta così, bastarda e viscida, su questa cosa della mamma Himba. Metti dico, ma metti che mentre una è seduta sotto l’albero, metti che piglia e sente “Felicità” di AlBano e RominaPauer! Come la mettiamo? Cioè, questo (o questa) povero cristo, se la deve poi sentire cantare per tutta la vita? Cos’è che dite? Che è difficile che uno nella savana senta “Felicità”? E che ne sapete! Io una volta ero in Marocco, montagne dell’Alto Atlante, villaggio minuscolo ai confini del cielo e della terra, e mentre camminavo in questo posto che dire che era sperduto è niente di niente, piglia e ho sentito “Shine on you crazy diamond” dei pink floyd che veniva da non so dove; così, all’improvviso, che io ci sono rimasto come una di quelle pietre arancioni secche da milioni di anni, e mi sono detto, stupefatto, “ma come cazzo è sta cosa, che manco l’elettricità c’hanno questi?”. Giuro, è successo! E, giuro, no, non avevo fumato. Non lì (stronzi!). E se è successo coi Pink Floyd, perché non deve succedere con Al Bano? Ce l’avete voi un’idea di quanto è famoso Al Bano all’estero, brutti snob ignoranti del cucco con la nasca all’insù?

Che dite ancora? Che è figurativo? Che non è che è proprio una canzone, ma una “canzone”? Che so, il fruscio degli alberi…un animale che si struscia sull’erba o fa il suo verso…degli uccelli che piulìano in volo? O no? Cioè, va, ma che è, ‘sta canzone? Una di quelle che già esistono e che la gente canta mentre se ne sta a raccogliere semi e frutta? In ogni caso è la madre che “la sente” e capisce che quella è la canzone del suo picciriddo, giusto? E’…cosa?…la sua anima che s’annuncia? Insomma, ammettetelo: vi piace, ‘sta cosa.

Però io credo, e penso, una cosa. Io vedo l’idea che c’è al fondo, ed è quell’idea che vi piace. Perché è un’idea che ha avuto molta fortuna anche qui da noi. L’idea è che noi siamo qualcosa, che nasciamo con “qualcosa”, e che quel qualcosa è la nostra vera natura, la nostra identità, che va sempre protetta, preservata, ricordata, perché lì sta il “nostro vero Io” e la nostra forza.

E qui casca l’asino. Perché io invece ci vedo qualcosa che non mi convince in questa cosa. Cioè, fatemi capire: tu hai la tua canzone che è te, e che ha sentito tua madre, e che forgia il tuo nucleo, la tua essenza. Insomma, mutatis mutandes, sei tu. Ma sei un tu che non solo è già dato, ma ti è stato pure assegnato, e che, come una condanna –pure se non è AlBano- ti segue tutta la vita.

Minchia, è che è, una condanna?

No perché io penso invece che quest’idea sia fallace. Oltre che un pochino opprimente. Io penso che meno fallace, e liberante invece, sia l’idea che ciò che sei non solo non ti precede, non solo non è unica e data una volta per sempre, non solo è invece composita e mobile, ma dovrebbe essere ciò che tu costruisci nel tuo percorso. Tu. Che, anzi, il processo di identificazione, di costruzione del Sé, avviene spesso anche in contrapposizione a ciò che ti hanno dato e assegnato. Spesso anche rispetto alla famiglia. Alla chiesa. Agli scout. Al tuo allenatore di calcio. Al tuo capufficio. Al padre. E, sì, alla madre. Cazzo se anche alla madre!

Io non lo so come funziona tra gli Himba. Credo che gli Himba, forse, siano tranquilli e sereni –e certo: non devono stare chiusi in una di quelle asettiche stanzette del cazzo che chiamiamo “ufficio” a sbrigare faccende e scartoffie, a risolvere problemi tipo come vendere più pannolini o bottigliette o truffe finanziarie, quasi sempre per conto di qualcun altro e secondo i suoi interessi e il suo senso, e spesso dentro rapporti connotati da invidia, ambizioni di potere, rancori e spacchiamenti individualistici-, credo, forse, non so, che da loro funziona. O no? Cioè, che succede se al bambino, poi diventato adulto, quella “canzone” non gli piace? Che succede se vorrebbe essere un’altra canzone? Che succede se vorrebbe essere più canzoni, e se sente che queste cambiano man mano che la sua vita scorre? Perché, non vi sembra, a voi, che questo possa essere normale? Non avete mai visto come l’infelicità delle persone viva soprattutto nell’essere ciò che non si è? Nell’essere ciò che gli altri vorrebbero che tu fossi? E per cosa poi? Per un’idea di “essenza” che ti è propria e in cui devi identificarti?

Mamma mia ragazzi! Questa è l’idea contro cui combatto da una vita. Questa è l’origine delle nevrosi e della sofferenza psichica. Questo essere qualcosa che DEVE essere quella cosa. Ma cosa? Tutto è flusso, tutto è cambiamento, tutto si muove e fluisce. Non c’è nulla di definitivamente dato e che dura nel tempo. Io sono cambiato mille volte. Io sono stato mille cose, mille canzoni. E, anche adesso, io sono mille canzoni, tutte insieme. E soprattutto, sono ciò che vado scoprendo nel mio cammino.

La canzone di mia madre, non è altro che la canzone di mia madre. Bellissima, struggente, ma nient’altro che la canzone di mia madre. Non la mia. E così è per le altre canzoni che mi cantano. Non sono Io. Non è nessun vero me stesso. Perché, forse, non esiste nessun “vero” me stesso. Meno che mai se me l’hanno cantato altri.

La gente muore attorno alla cristallizzazione dell’Io. Visto mille volte nel mio lavoro. Ci ho scritto un libro, lo conoscete forse, si chiama “Piantala di essere te stesso!”. Compratevelo, cazzo, e ce la vediamo lì.

Piantala di essere la canzone che credi. Componila, piuttosto. Ancora, e ancora, e ancora, sempre.

La tua natura, il gusto e il senso del tuo cammino, della tua vita, è nel componimento. Nel componimento sinfonico.

Non nella canzone “vera”.

Vera per chi?

A me gli Himba mi fanno simpatia. Credono pure nel “cerchio delle fate”. Sono poetici e spirituali, vero. E le donne, poi, sono delle gnocche da paura.

Però vi avviso: se poi vi capita Al Bano sono cazzi! Fino alla morte.

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